Gran ritorno nel panorama del Power Metal più elitario dei Marble, band originaria di Pavia. Il gruppo nasce nel dicembre del 2002, ma questo è soltanto il loro terzo lavoro. Sono passati 13 anni tra il primo e il secondo album, ma stavolta l’attesa è stata più breve. Questo platter mi trova proprio in un periodo di riflessione musicale, nel quale mi domando spesso del perchè le band (in generale) non riescano più a fare album immediati, più semplici nelle strutture. Non sempre, a mio avviso, il “tanto” vuol per forza dire “bello”, come il “complicato” voglia dire “profondo”. Sembra che sia in atto una sorta di competizione a chi è più tanto, pieno e complicato. Quale è il risultato? Troppo spesso ci si trova innanzi a lavori che possono anche essere ineccepibili, ma destinati a finire a prendere polvere dopo un paio di ascolti. A che punto sta questo “T.I.M.E.“? Sta esattamente qui, in questo nuovo limbo musicale dal quale pare siano impantanati in molti.
“T.I.M.E.” è un concept album visto dagli occhi di una fanciulla che fa teatro e, su questo sfondo, si dipana un set list di canzoni tutte ispirate a grandi episodi di rilevanza storica. Perciò ci si trova a viaggiare attraverso la tragedia greca di Euripide per passare al medioevo italiano affrescato da Cielo D’Alcamo. Si va a “scomodare” il Macbeth del grande Shakespeare per poi volare a Parigi, perido 1600 circa, con Molière. Il viaggio teatrale prosegue con la popolana “Locandiera” di Goldoni, e si raggela con il teatro di stampo Norvegese di Henrik Ibsen. Immancabile il giro nella URSS del poco compreso Anton Chekhov, senza scordarsi il tema dell’inquisizione di Galileo con il teatro di Bertolt Brecht. Si arriva così ai giorni d’ggi, con il graffiante dramma di Samuel Beckett, e si chiude con il personale punto di vista della signorina protagonista del concept.
Siamo in un teatro: applausi scroscianti e un “Welcome to the theater”, che mi rimanda al circo elettrico degli Wasp anni ottanta, fa da inizio a “Beyond The Veil“. Le chitarre sono toste, belle affilate, forse perfino troppo per questo genere. La batteria è iper tecnica dalle rullate fittissime. Si unisce alla festa la cantante Eleonora Travaglino, che trovo stranamente piatta in questo primo pezzo. Canta si decisamente acuta, ma il tono mi arriva nasale. La seguente “The Jester Duplicity” è decisamente il mio pezzo preferito di tutto il lavoro. L’inzio sembra strappato dalla bocca nordica dei Dimmu Borgir di un ventennio e passa fa. Ok poi il riffing cambia, rallenta, recita insieme ad Ivan Adami (Stranger Vision) che qui fa da ospite vocale. Bella questa cosa, il batti e ribatti tra il giullare e la nobildonna stizzita è un punto decisamente a favore.
“The Sleepless King” resta su lidi decisamente Heavy, dove la batteria spacca davvero. La tastiera, quando si paventa, non è invadente. Ma di nuovo non riesco a capire se in un pezzo così la voce femminile sia un valore aggiunto o un’occasione persa. Il solo di chitarra è ben architettato, doppiato dalla tastiera dal bel suono retrò. Anche “Face Of Deceit” parte mitragliando qua e la con doppia cassa e cavalcate di ritmica. Anche qui trovo la voce indietro, e inizio a pensare che potrebbe essere un problema di incisione, oltre alle mie orecchie sicuramente frustate da oltre 35 anni di metallo. “Aftermath” parte diversamente, e ciò è un bene. Prende poi un groove più Thrash che Power, con un tempo che richiama la scuola melodica scandinava, e con una voce che perdonatemi non mi convince.
“Voice Of Awareness” inizia in maniera Filthiana, con piano e violoncello a ricamare una trama quasi gotica. In questo frangente la voce convince di più, la sento più a suo agio qui che nell’oceano di distorsioni. Non male il cambio di passo dopo l’inizio più soft, anche se sul lungo mi pare perdersi in qualcosa di sforzato. Ottimi suoni synth moderni e pieni introducono “Garden Of Despair“, supportati da batteria e chitarra ad accentare. E poi? Tecnica fine a ste stessa, che sicuramente ha i suoi estimatori ma la regola del Less is More vale sempre, e in un pezzo così probabilmente ancor di più. Organi sacrali aprono “Heliosyncrasy“, che subito dopo parte secca e mi ricorda perfino qualcosa di stampo Mercenary del colossale album “The Hours That Remain” . Nel suo proseguo la canzone si dipana in un climax molto tranquillo, per poi ri-velocizzare, e poi tornare tranquilla e via discorrendo. A chi giova tutto questo? Sound industrial all’inizio di “Smile In Decay“, azzeccatissima come idea per dare quel colpo all’ascoltatore. Cavolo, stavolta il proseguo ha un suo senso, la canzone è un inno metal mid-tempo che pare funzionare, e avrebbe funzionato meglio se avesse mantenuto un ritmo più costante. Eccoci alla conclusiva “Theatre Is My Essence“, aperta da archi e arrangiamenti orchestrali che alle mie orecchie suonano anche qui in Borgir Style. Tra uno slalom di ritmiche stoppate e una discesa di tastieroni che aprono il suono, cala il sipario su questo album.
I Marble hanno sicuramente classe, hanno il loro stile e lo portano avanti per tutti i 50 minuti. Ma tutto questo Riffing cangiante, alla lunga, si perde un po per strada, nel senso che a me personalmente da l’idea di perdere il filo musicale della canzone. La voce in poche occasioni la ho trovata al suo posto, mentre troppo spesso, in mezzo al groove sincopato dei pezzi, mi da l’idea di essere una linea piatta. Un plauso va all’idea di musicare opere di tal livello, con dei testi scritti molto bene.
Michele Novarina “Mic DJ”
Tracklist:
- Through The Veil
- The Jester Duplicity
- The Sleepless King
- Face of Deceit
- Aftermath
- Voice Of Awareness
- The Garden Of Despair
- Heliosyncrasy
- Smile In Decay
- Theater Is My Essence
- Anno: 2024
- Etichetta: Rockshots Records
- Genere: Melodic Power Metal
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