Formazione di tutto rispetto quella degli Screaming Banshee che vede militare nelle proprie fila membri attuali (e passati) di Fleshgod Apocalypse e Stormlord, con la partecipazione per le linee di basso di Mastrobuono dagli Hour Of Penance, che ci regala un’opera che raccoglie e fonde in sé gli aspetti più tecnici e progressivi del death metal poggiando saldamente le proprie fondamenta nelle esperienze di DeathAtheist e Cynic sviluppate alla luce di un certo riffing di matrice Necrophagist e arrangiamenti che rimandano agli Obscura. Riferimenti da prendersi con le dovute cautele: le analogie sono a livello di processo compositivo, di metodo. Al netto della riconoscibilità del riffing di Suiçmez, che ormai è diventato un paradigma del death tecnico, la musica degli Screaming Banshee risulta assolutamente personale approcciando al progressive death in maniera del tutto peculiare: il songwriting appare ancora ancorato a soluzioni “stop and go” del thrash ottantiano, sfociando in una struttura di songwriting tipica del mathcore nel suo costruire un percorso labirintico che non è l’evoluzione e lo sviluppo di un tema, ma un susseguirsi di “stanze musicali” in contrappunto.

Costruzione questa che consente di apprezzare sia la perizia tecnica della formazione che la maturità e profondità degli arrangiamenti, alternando momenti in face a sospensioni improntate su stratificazioni prog imperniate su un lavoro di solista impeccabile e sempre espressivo, piuttosto che su sofisticate costruzioni ritmiche che spaziano da fraseggi chitarristici asimmetrici che rimandano al free jazz (‘Devotion, ‘Conflict) a momenti djent (‘Reality is Perception‘).

Se il lavoro delle chitarre è impressionante tanto sul piano ritmico che solistico, sempre offrendo una chiarezza di lettura all’ascoltatore che non si sente sopraffatto da ostentazioni di virtuosismo, il lavoro della sezione ritmica è sempre puntuale e ricercato tanto da dare un respiro “sinfonico” a composizioni che non dimenticano mai il genere di riferimento con una palette esaustiva del riffing chitarristico estremo. Non a caso apre le danze un vero e proprio manifesto programmatico (‘Heritage‘) che si dimostra uno degli episodi più aggressivi con soluzioni in palm muting claustrofobico al limite del brutal e altenate picking quasi di sapore blackened death, subito temperati da rallentamenti terzinati che rimandano ai migliori Death del compianto Schuldiner per approdare ad un arpeggiato clean (non manca un tributo al classico incipit a la Slayer). Del resto è questa l’eredità (il death metal) che fieramente raccolgono gli Screaming Banshee e che portano avanti con lucida genialità e una sperimentazione da cui si evince un controllo minuzioso e costante a fronte del travolgente flusso di variazioni che ogni loro composizione offre e che rendere impossibile al limite del ridicolo procedere con un’analisi una track by track: ad ogni ascolto ti sembra di avere le idee chiare e poi ti accorgi di un’altra dozzina di particolari (per ogni singola traccia) che ti ammutoliscono.

Anche la scelta dei registri vocali (dato il monicker avevo pensato ad uno scream lacerante) virata su un growl compatto e autorevole (quasi sprezzante) che mi ha ricordato la totale mancanza di affettazione di Ron Royce (Coroner), contribuisce unitamente ad una produzione compatta e nitida, alla sensazione di furore controllato, programmatico che caratterizza questo lavoro. Sembra quasi di assistere, di essere partecipi, dei lucidi ragionamenti omicidi di Hannibal Lecter.

La doppietta finale (‘Born Creators, ‘To Be Or To Learn?) va a suggellare la dichiarazione d’intenti offerta in apertura: interpretare il death metal con approccio progressive.

Entrambe la tracce si aprono con lo stesso tema in clean, la prima è il progressive del terzo millennio, il progressive degli Screaming Banshee, la seconda, con soli di chitarra che a tratti sembrano divagazioni di moog settantiani, è un omaggio al progressive delle origini.
E quando l’arpeggio clean sfuma sei contento di aver lasciato il player in modalità repeat, pronto a perderti in un altro giro di giostra.

 

Samaang Ruinees

 

TrackList

  1. Heritage
  2. Reality is Perception
  3. Devotion
  4. Sweet as Pain
  5. The Missing One
  6. Conflict
  7. Born Creators
  8. To Be or To Learn

 

  • Anno: 2021
  • Etichetta: Cult Of Parthenope
  • Genere: Technical Death Metal

 

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Autore

  • classe 1970, dopo aver fatto studi musicali classici scopro a 15 anni il metal. a 17 anni il mio primo progetto (incubo - thrashgrind), poi evolutosi in thrash tecnico con gli insania (1989-1997) e infine in death-thrash con insania.11 (2008-attivo). prediligo negli ascolti death e black ma ho avuto trascorsi felici con la dark wave e l'industrial. appassionato di film e narrativa horror, ho all'attivo un romanzo pubblicato e la partecipazione con dei racconti ad un paio di antologie.

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