Band formatasi a Bergamo nel 1990 da un’idea di Marco Lippe (polistrumentista abile a destreggiarsi nell’uso di batteria e tastiere, nonché cantante del gruppo) e Marco “Grey” Tombini (chitarre), dimostra di pagare un debito pesante a quel Thrash Metal tipico della Bay Area anni ‘80 che ha ricevuto il “la” da gruppi storici come MetallicaMegadethAnthrax e Slayer. La loro bravura e voglia di spaziare li porta a fondare quello che loro chiameranno Space Lab, affinando le loro abilità tecniche e creando i propri pezzi, improvvisando spalla contro spalla e traendo ispirazione persino da band come Pink Floyd e King Crimson, gruppi decisamente estranei alla brutalità del thrash che tanto li caratterizza.

Attivi da 28 anni, i Nirnaeth vivono spessissimo “on the road”, dedicandosi ad attività live intense e impegnative, aprendo per “mostri sacri” come Cradle of FilthStrana OfficinaSkannersRainExtremaMogwaiiJester BeastMethedras e Aborti Mancati.

Dopo essersi fatti notare con due demo, ‘Nirnaeth’ del 1992 e ‘Blind Hate’ del 1994, viene dato alle stampe nel 1998 il loro primo vero album in studio: ‘The Psychedheavyceltale in 8 Novement’ (CD autoprodotto), un’ottima commistione di thrash violento a oltranza e influenze della musica psichedelica degna dei primissimi Pink Floyd.

Il numero di vendite underground delle copie dell’album, poco più di 600 non basta per assurgere al tanto agognato “salto di qualità” e tanta dedizione alla causa non eviterà purtroppo lo scioglimento del combo nel maggio del 2000 (subito il concerto del decennale della band). La band saprà tuttavia risorgere dalle proprie ceneri nel 2007. Nel 2009 verrà pubblicato l’EP ‘The Return’ (titolo azzeccatissimo) e, sei anni dopo, l’album ‘The Extincion Generation’ che qui prenderemo in esame. In realtà il disco, pur datato 2015, vede la luce solo nel corrente anno 2018, a causa del suo immediato blocco poco prima dell’uscita, blocco causato da problemi di line-up.

Innumerevoli cambi i formazione ci consegnano oggi l’attuale line-up: Marco Lippe (batteria, voce e tastiere), Marco “Grey” Tombini (chitarra ritmica), Simone Fumagalli (chitarra solista), Leonardo Rochetti (basso, voce). Si aggiunge inoltre la collaborazione di Elena Lippe, cantante dei Feronia.

The Extinction Generation è un gran bel disco, permeato di sfuriate tipiche del thrash, di forza, potenza e velocità esecutive, sorprendendo gli ascoltatori meno distratti che non potranno fare a meno di accorgersi di quanto il prog aleggi minaccioso in mezzo a tanta cattiveria e per tutta la durata del platter. Tutti i pezzi si rivelano gradevoli, la tecnica non manca ma la band non scade mai nei due errori tipici di tanti (troppi) gruppi contemporanei: l’auto-compiacimento e la ripetitività nella scelta delle soluzioni.

Ci vengono presentati brani nuovi, ma anche quattro canzoni dei primi tempi (efficaci e potentissime in ogni caso). Tre tracce rimasterizzate dal primo demo del 1992 ed ‘Epitaph’, estratta dalla complilation ‘Il cielo visto dalla luna’.

E’ inoltre inclusa una versione riuscitissima (ne parleremo nell’analisi track-by-track) di ‘Blitzkrieg Bop’ dei mostri sacri Ramones.

Ottima prestazione canora del buon Marco che non manca di mostrare al pubblico la propria potenza vocale e la propria estensione (non solo acuta). Un cantante tecnico e completo, dotato di una timbrica molto particolare, soprattutto se ascoltato all’interno di un filone che si aspetta brutalità e violenza a oltranza anche (e soprattutto) nel cantato. I riffs partoriti dalla mente di “Grey” sono originali (cosa non da poco) e mai banali, e i solos di Simone sono tecnici e pregni di gusto, sempre presenti quando serve e solo quando serve, dando quel tocco in più alle composizioni e rendendo il lavoro vario e preciso in perfetta misura. Leonardo è un musicista decisamente preciso e il suo basso tonante si fa sentire in tutte le songs con prepotenza.

Analisi track-by-track:

We forget to think’ è l’apertura al fulmicotone: zero fronzoli e nessuna intro rallentata per questa canzone che, sorretta da una batteria/mitragliatrice, mette subito in chiaro con chi abbiamo a che fare.

Moby Dick’ è un pestaggio continuo e inesorabile. Un mid-tempo inserito in modo particolare come seconda traccia della scaletta. Cantato in italiano, rende tutto l’estro del cantante, capace di catturare l’attenzione dell’incauto ascoltatore. Splendido il testo (da ascoltare con attenzione) così come la struttura musicale. Un momento particolarmente riuscito nella commistione musica-testi.

La title-track ‘The Extinction Generation’ è una canzone tipicamente thrash dall’incedere quasi allegro (pensate ai primi Anthrax). Sezione ritmica precisa e ottimo il guitar-solo. Anche in questo caso il testo non è una parte secondaria ma merita la dovuta attenzione.

La dinamicità e (quasi) allegria del brano precedente lascia spazio a ‘Blind Hate’, pezzo decisamente variegato nei suoi cambi di tempo e accostabile, per moltii versi, allo stile degli Slayer di “Hell Awaits”. Rimarchevole il lavoro del signor Lippe, che oltre a fare nuovamente bella mostra delle sue doti canore, si destreggia abilmente nell’uso della batteria (come fa, del resto, per tutto il corso dell’opera). Sezione ritmica (chitarre-grattugia) e i solos sugli scudi.

In mezzo a tanta cattiveria assortita giunge il punto interrogativo di questo lavoro: i Nirnaeth inseriscono proprio a metà della scaletta la cover di ‘Blitzkrieg Bop’ dei Ramones, il brano con cui si presentarono al pubblico punk/rock nel lontano 1975. Punto interrogativo perché, pur tenendo conto che dal punk non si contano i gruppi metal che da esso hanno attinto, fa effetto sentirla eseguire da un gruppo di un genere così differente come quello proposto da questi bergamaschi. In ogni caso, il pezzo è riuscitissimo e i ragazzi la realizzano senza apportare modifiche di alcun tipo, voce di Marco Lippe a parte, che riesce a mantenere la propria personalità senza correre mai il rischio di voler imitare a tutti i costi quella del compianto Joey Ramone. Detto questo, resta un fatto: si tratta di una cover eseguita con mestiere e personalità e, che voi siate un pubblico metallaro più o meno integralista non importa, godetevela al massimo volume!

Arriva il turno di ‘The fatal Blame’ e si ritorna alla violenza: track potente e in perfetto stile thrash, con sprazzi di melodia (solo per brevissimi momenti) e un cantato che potrebbe far pensare ai cari vecchi Golden Earring (quelli di “Moontan”) e a quell’hard rock grezzo, sudato e diretto come oggi sempre più raramente si può ascoltare in radio.

A Better Revolution’ riprende quel modo si suonare e comporre metal più vicino al periodo NWOBHM e i primissimi Metallica o i Judas Priest di “Screaming for Vengeance”. Di nuovo ottimi i solos, ottima la voce e la chirurgica precisione alla batteria.

Ancora un mid-tempo con ‘Mors Tua Vita Mea’. Introdotta da un riff tipicamente à la “Master of Puppets” degli zii Metallica, e la voce che qui pare un incrocio tra il James Hetfield fine anni ‘80 e il Tom Araya dei (rarissimi) momenti più raccolti.

The Human Bankrupt’ pare omaggiare i vecchi Exodus e si presenta come una canzone-modello per il genere thrash-metal. Bellissimi i riffs di cui è costituita, e la doppia cassa presente con fastidiosissima costanza per tutta la durata del pezzo. Letale.

The Root of Evil’, è la traccia conclusiva di questo piccolo capolavoro: incredibile il registro vocale di Marco, più basso di un’ottava rispetto alle sue esecuzioni precedenti, dimostrando che questi musicisti cercano soluzioni comunque varie, senza volersi sclerotizzare su matrici lise e consumate dall’abuso di tonalità esclusivamente acute o assoli di chitarra rigorosamente veloci. Non manca la doppia cassa cui siamo stati abituati per tutto l’album. Solo che qui sono presenti parecchi stacchi e variazioni, tali da far pensare che ai nostri non manchino certo fantasia ed estro compositivo. Particolarissimo il solo di chitarra. Davvero bella come conclusione.

Ben quattro sono le bonus track: ‘Ten Years After’, ‘The Fatal Blame’, ‘The Root of Evil’ ed ‘Epitaph’. Come detto, quest’ultima traccia non fu mai pubblicata su disco o demo, ma era presente nella compilation ‘Il cielo visto dalla luna’.

Tutte e quattro ottime canzoni rivedute e corrette, nel senso che, forti di migliori attrezzature, sono state ri-regristrate dai ragazzi della band con l’obbiettivo di poter donare una migliore qualità a lavori già convincenti ab origine. Missione compiuta. Si tratta infarti di una sequenza finale da infarto che va gustata senza interruzioni. Perché se è vero che il talento non è acqua, qui siamo davanti a gente che sapeva quello che voleva fare fin dai primissimi tempi della propria avventura musicale.

Lavoro splendido. Un disco carico, che non mostra mai il fianco. Totalmente privo di riempitivi e ci fa rabbia pensare che gente come i Nirnaeth si ritrovi ancora a dover vivere nello status di “gruppo di culto”. Capita spesso ai migliori, ma non è cosa giusta.

Un consiglio: se doveste trovarvi nelle vicinanze di un loro show, non perdete l’occasione di prendervi parte: il festino sarà servito su piatti d’argento (colmi di sangue).

Un’altra tacca vincente sul calcio del fucile mitragliatore made in Italy.

Fabrizio Travis Bickle Zànoli

TrackList

  1. We Forget to Think
  2. Moby Dick
  3. The Extinction Generation
  4. Blind Hate
  5. Blitzkrieg Bop (Ramones cover)
  6. The Fatal Blame
  7. A Better Revolution
  8. Mors Tua Vita Mea
  9. The Human Bankrupt
  10. The Root of Evil        Bonus Track
  11. Ten Years After
  12. The Fat Blame
  13. The Root Of Evil
  14. Epitaph

 

  • Anno: 2015
  • Etichetta: GT Music – GDC Rock Promotion
  • Genere: Progressive Thrash Metal

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